Big L: l'uomo, il giocatore
<Johnson, it's foul and... hit!> Questo fu l'urlo del telecronista di gara-3 della Finale di Conference del 1999 tra New York ed Indiana, nel momento in cui Larry Johnson entrava nella storia del basket newyorkese. La situazione della serie era 1-1, con i Knicks che, imponendosi ad Indianapolis in gara-2, avevano guadagnato il fattore campo. In quel momento era vitale per i bluarancio andare sul 2-1. Knicks sotto 91-88 a 6'' dalla fine. LJ riceve palla fuori dell'arco dei tre punti, leggermente spostato sulla sinistra. Finta su Antonio Davis, che sembra abboccare, e tiro. Il giocatore dei Pacers, nel tentativo estremo di fermare l'avversario, commette fallo. Uno degli arbitri fischia, la palla vola alta, Chris Childs alza le braccia al cielo in segno di vittoria con netto anticipo. Il play di casa aveva visto bene: canestro più fallo. Potenziale azione da quattro punti che Johnson realizza segnando dalla lunetta il tiro libero addizionale, regalando così la vittoria ai suoi.
Larry Johnson nasce a Dallas il 14 marzo 1969 nel (purtroppo) classico ambiente disagiato. I suoi primi approcci seri allo sport non sono tramite la palla a spicchi ma con i guantoni da pugile alle mani (con i quali, in verità, sarebbe stato impossibile palleggiare). Infatti, i poliziotti del quartiere dove abita, per paura di scortarlo prima o poi dietro le sbarre, decidono di giocare d'anticipo scortandolo sì, ma nella palestra delle forze dell'ordine, infilandogli un paio di guantoni da boxe. Pratica pugilato per qualche anno, ma quando è ora di decidere il suo futuro, preferisce il parquet al ring. Frequenta per due anni un college minore, ma poi arriva alla corte di Jerry Tarkanian a Las Vegas, Nevada. Qui vince immediatamente il titolo NCAA, umiliando in finale di trenta punti i rivali di Duke. L'anno dopo UNLV approda ancora alle Final Four, ma questa volta Duke la batte in semifinale.
Chiuso il quadriennio accademico, Johnson è scelto da Charlotte con il numero uno assoluto nei draft del 1991. Si mette subito in luce come ala grande, nonostante i 201 centimetri scarsi, compensati da una forza fisica invidiabile grazie anche a 110 chilogrammi di pura potenza. Esplosivo in post basso e con un discreto tiro dalla media (anche se non proprio automatico), si parla di un nuovo Charles Barkley con il fisico più scolpito. Il primo anno in NBA è favoloso e gli vale il titolo di "Rookie of the year". L'anno dopo Johnson gioca il suo primo All-Star Game, ma prima di questo evento arriva dalle scelte Alonzo Mourning e per gli Hornets vuole dire playoff. Diventa la "Grandmama", la nonna volante di uno spot televisivo per una nota marca di scarpe sportive.
Nel 1994, però, arriva l'infortunio alla schiena che lo accompagnerà, tra ricadute e cronici dolori, fino al termine della sua carriera. LJ salta una trentina di partite (mentre nelle prime due stagioni non ne aveva mancata neppure una) e gli Hornets non arrivano alla post season. Ma Larry è convocato ai Mondiali di quell'anno, segno di quanta considerazione si abbia di lui negli ambienti NBA. Tuttavia, dopo quell'infortunio l'ex UNLV non è più lo stesso: la potenza sotto i tabelloni viene meno ed il suo gioco deve per forza di cose evoluire. Stringendo i denti, riesce a portare nuovamente gli Hornets ai playoffs, ma lì lo stop gli è intimato da un certo Michael Jordan al primo turno. Mourning se ne va così a Miami e LJ si sente tradito, come tutta la squadra. Pensava di poter costruire qualcosa di importante con Alonzo accanto: sbagliava.
Gioca ancora una anno in Carolina e poi decide di cambiare aria, destinazione New York, per Anthony Mason e Brad Lohaus. Puntuali escono dall'ambiente degli Hornets le solite voci incontrollate sul caratteraccio del nostro, sulla sua poca etica lavorativa e sulle troppe donne amate. Nella Grande Mela si apre una nuova parentesi della carriera agonistica di Johnson, inizialmente abbastanza amara se si analizza superficialmente la situazione iniziale. Infatti, LJ si trova a passare da prima opzione offensiva dei tempi di Charlotte a terza (dietro a Ewing e Houston), nonché a spostarsi da ala forte ad ala piccola, con conseguente difficile adeguamento a marcare i pariruolo più veloci. Le percentuali inevitabilmente calano, ma le medie al tiro migliorano. La stampa newyorkese vuole di più, i tifosi pure. Il brutto carattere di Johnson pare uscire allo scoperto dopo alcune incomprensioni con i tabloid locali.
Ma negli spogliatoi del Garden nessuno si lamenta di lui, anzi il suo coach Van Gundy lo loda da sempre e lo ritiene indispensabile, definendolo tra l'altro il giocatore più intelligente che abbia allenato. Infatti, diventa co-capitano al suo secondo anno in maglia Knicks. Fa da collante nello spogliatoio, lontano da microfoni e taccuini. Le testimonianze di compagni e allenatori cominciano a fare breccia nel pubblico che inizia ad amarlo fino ad erigerlo uno degli idoli della città. Non si è mai tirato indietro, in campo dà l'anima, arrivando anche a qualche scazzottata con l'ex amico Mourning (e non solo); le partite che salta, credeteci, sono umanamente impossibili da giocare. Nella Finale NBA del 1999 contro San Antonio, Big L (il nuovo soprannome attribuitigli da quando incrocia le braccia formando con esse una grossa elle ad ogni canestro da tre realizzato) scende in campo con un ginocchio distrutto, roba che lo avrebbe tenuto fuori per almeno un mese se non si fosse trattato di giocarsi il Titolo.
Dicevamo prima che il suo gioco si è dovuto trasformare, vuoi per i dolori alla schiena, vuoi per il nuovo ruolo. Negli ultimi anni di carriera era uno spietato difensore, in grado di marcare ali piccole e grandi, anche giocatori a cui doveva regalare parecchi centimetri (chiedere ai vari Tim Duncan e Rasheed Wallace). Aveva messo a punto un tiro da fuori invidiabile che gli permetteva di spezzare in due più di una partita. Da quando Charles Oakley se n'era andato in Canada, tornò stabilmente nello spot di power forward, mettendo in difficoltà l'avversario diretto che portava lontano da canestro per poi batterlo o con il tiro da fuori o con l'entrata in palleggio. Nella stagione 2000-2001, però, più di una nuvola si addensò sulla sua carriera. Dopo un inizio scintillante, in cui ha mostrato un fisico ancora più scultoreo ed una ritrovata atleticità, ha dovuto abdicare poco prima dei Playoffs. I troppi antinfiammatori presi nel corso di questi anni avevano minato il suo fisico, la sua ulcera, i suoi reni.
Conscio dei problemi avuti da Sean Elliott e Mourning (ancora lui), ha deciso di dire basta a medicine calate giù come fossero caramelle. Agopuntura e sedute yoga non sono servite e Johnson si è ritirato nell'ottobre del 2001. Ma quel che ogni tifoso dei Knicks si è augurato prima dell'annuncio ufficiale del suo ritiro è stato di poter vedere ancora per molto tempo la Big L portata a spasso per il parquet del Garden dopo una bomba decisiva. Purtroppo il sogno è svanito... ci mancherai vecchia nonna dalla schiena rotta.
CURIOSITA'
Indossava la maglia n. 2 in onore del suo vecchio coach all' Università di Las Vegas, Jerry Tarkanian, perchè anche lui aveva il 2. Il suo artista preferito è lo scomparso rapper Tupac Shakur, mentre la persona che ammira di più è Muhammad Ali. Per LJ la miglior cosa dello giocare a New York era potersi esibire al Madison Square Garden, ed indica l'azione da quattro punti contro Indiana nei Playoffs del 1999 come il suo momento più bello al Garden.
Il suo piatto favorito è la pasta, ma non disdegna la pizza vegetariana. Il suo colore preferito è il nero.